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Note di Antonino, Luca, Andrea, Felice
post pubblicato in diario, il 10 luglio 2010


 


Visione

imbevuto del sangue della passione un cielo
di angeli folgora l’attesa vertiginosa
nella cattedrale del Sole dove ruotano
i mondi
è palpito bianco la colomba sacrificale
 

Lirica intensa, pregna di suggestione e pathos. In pochissimi versi ben
ponderati ed equilibrati hai saputo farci rivivere con vigore e sapienza poetica
l'attimo magico e sacrale dell'eucarestia. Complimenti vivissimi e un grande
benvenuto tra noi!
                     
Antonino Magrì

***
                    
Quel sorriso
                        a R.

oltre lei forse fra le stelle
dura quel sorriso che nell’aria
ti appare ora sospeso come fumo
lucido incanto il tuo
sperdutamente altrove –
l’ha disperso il vento

                     
Pur nella sua semplicità, questa lirica è dolcissima e struggente. In essa si
racchiude la consapevolezza dell' oltre, la serenità della fede e la malinconia
del distacco terreno. La chiusa è veramente poetica; ma devo
ammettere che ogni singolo verso racchiude piena densità di immagini e sapiente
musicalità. Tu sai dimostrare che nella poesia non è la lunghezza che conta, ma,
anzi, è la capacità di condensare un pensiero in pochi artistici versi.
Complimenti, sei un poeta vero!

Antonino Magrì
http://www.artevizzari.italianoforum.it/

                               
***

E' in te nell'aria

è in te nell’aria
sottile la senti la mancanza
di vita piena
come applaudire con una mano sola

ma è regale regalo
questo rapido frullo
d’ali
atto d’amore
non affidarlo nelle mani del vento

sii àncora
gettata nel cielo

                  
Felice, sono veramente incantato, la tua poesia è magica e, tecnicamente,
risponde a tutti i canoni della poesia
libera, dalla metafora all'allitterazione, dall'onomatopea a quello che oggi è
il più raro: la musicalità del verso. Ha una forza lirica straordinaria che
esplode dirompente nella splendida chiusa:
sii àncora
gettata nel cielo
                      
                    
Antonino Magrì
                    
            
 
***

 

Commento alla poesia "Maya", di Felice Serino
Luca Rossi.
Marzo 2007-03-10
 
Mi riferisco a Maya. Stupende l'apertura e la chiusura che tendono a concentrare
il significato dei versi in un indefinibile "status" dell'uomo. La figura
geometrica, poliedrica, prismatica, antica, definisce il mondo riflesso che
solamente l'asceta è in grado di distinguere. Siamo della terra, ma solo ora:
non lo eravamo prima della nostra nascita, non lo saremo più dopo la nostra
morte. Ma abbiamo vissuto l'azzurro, nel suo senso simbolico e "nell'azzurro",
nel suo senso materiale, come luogo di sogni e realtà. Di decadente esiste il
corpo, effimero, ma non lo spirito racchiuso in esso: sottile fiamma.
Interessante aggettivo che apre a una visione pluridimensionale di significati.
Ognuno cercherà al proprio interno quello che più gli si addice quando dovrà
ricercare il contrario di "sottile".
Forse pochi lo troveranno, ma non sui dizionari.
Lo sapranno i Santi, lo diranno i Martiri. Lo diranno le vittime della guerra,
della violenza senza senso, la gente che muore di fame, coloro che avevano una
possibilità ed è stata loro negata.
Il poeta si fa interprete dell'asceta. Diviene per un momento esso stesso
spirito comune di questi, per poi distaccarsene e ridiventare uomo comune. Per
un momento entrambi racchiusi in quel prisma dove la luce si espande in ogni
direzione fino a dove l'occhio riesce a distinguere orizzonti di esteriorità
cosmica per poi penetrare e scaldarsi a lato di quell'anima che arde, dignità
esistenziale dell'uomo vero.


*


Maya
 
il di qua dice l'asceta
non è che proiezione
nel prisma azzurro del giorno


sentenzia
che perfezione
è la carne che si fa spirito


non si terrà conto
del corpo che si nutre
che è già della terra


si è dunque
del cielo o anelito
d'infinito ancor prima
del primo respiro?


- certa è la fiamma che dentro
ci arde – sottile –


*


Considerazioni sulla poesia "Maya"


"Perfezione è la carne che si fa spirito" è qualcosa che 'parla' (e bene) solo
in poesia, in quanto la carne è carne e lo spirito è spirito, e nessuno dei due
può diventare l'altro. Possibile invece vivere più che si può di cose spirituali
e "abbandonare" (a tratti) la carne. Cioè, essere così leggeri (elevati) di (in)
spirito che l'anima fuoriesce dal corpo lasciandolo come un fantoccio fino al
suo ritorno in esso, ovvero quando si è esaurita quell'energia soprannaturale.
Il centro della poesia, che è la centralità in cui essa ruota, secondo me detta
i dettami della riflessione (non a caso si trova in quel posto): "non si terrà
conto / del corpo che si nutre / che è già della terra". Cibarsi di ciò che
offre la natura, tingersi della terra, della sabbia, dell'erba rotolandoci sopra
per poi un giorno lasciarci le nostre spoglie [non come il cestino del computer
nel quale puoi ripescare le cose vecchie, ma come un programma nel quale non
puoi più accedere (solo Dio può farlo)]. Il corpo è la scatola, è la custodia
temporanea del regalo che c'è dentro: il nostro spirito che a sua volta si rifà
regalo al mittente. Quella "fiamma che dentro ci arde sottile" e sale verso
l'Alto, l'Altissimo.

Andrea Crostelli

***

 

nota su Paesi di mare

Le ali, i pesci, il seno azzurro del mare, il mare come una madre: ecco la
profondità trasognata che scaturisce dal mondo immaginativo di Crostelli, il
quale ci invia messaggi dalla sua "dimora", il mare, appunto.
Un "visionario" ma con il cuore che sempre spazia tra terra e cielo, abitato da
una intensità di colori e luce, e da una ricchezza di felici intuizioni: *
"Gabbiano dalle ali spiegate / il libro mio che vola (pag. 18);
"Ali d'uccello che s'intrecciano / nel cielo mio affollato di sogni" (pag. 32);
"Lasciala scrivere al vento la tua poesia" (pag. 40).
Andrea, come già lo dimostra, e con maestria, la sua bellissima opera  Nei
Mari di Melville, è un amante del mare, nato per lasciarsi affascinare e rapire
con un animo di fanciullo dalle sue creature e dai suoi abissi. Il mare, che
nelle sue profondità insondabili custodisce il mistero della vita.

* Andrea Costelli, Paesi di mare (fine del viaggio), 2008.

Felice Serino

 


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commenti di Andrea + nota per Flavio
post pubblicato in diario, il 26 giugno 2010


 

 

Considerazioni sulle poesie di Felice Serino:
Spiove luce – Immersi nell’Assoluto - Infanzia

*

Spiove luce

spiove luce
di stelle gonfie di vento
col tuo peso
greve di limiti
ti pare quasi vita sognata
il vissuto già divenuto memoria
siamo frecce
            scagliate nel futuro
o il tempo che ci è dato è maya
e si è immersi in un eterno presente?

Da In una goccia di luce, 2008

*

Immersi nell’Assoluto

come in una bolla d’aria o goccia
di luce

si ha vita
nel fiato del Sogno infinito

Da In una goccia di luce, 2008

*

Infanzia

la tenerezza dei giorni verdi
sparpagliati
nell’oro del sole appesi
alla luna

il papà dalle spalle
larghe come la volta
del cielo

quel sentirsi dèi – quasi
alati senza peso – e
non sapere la vita

Innocenza nostalgia del paradiso

* * *

ALATI  SENZA  PESO

Il nostro vivere non si concretizza, non si
materializza malgrado le attese.
Siamo disciolti nell’aria come “frecce scagliate nel
futuro”, ciò che conta si
chiama anima. Il tendere. La concentrazione nel
volo per non cambiare direzione,
per non deragliare. Il tendere come dapprima le
corde dell’arco. O come una
bolla che il “fiato del Sogno infinito ” ti ha spinto.
Continuare il viaggio
rilucendo dei colori del sole fino a dissolversi in esso.
“Sentirsi dei ” è la leggerezza della grazia, è
comunque l’abbandono al Supremo,
come bambini che ritornano agli affetti e si
lasciano guidare fiduciosi
nell’ignoto che li attende.

Andrea Crostelli

 

---

 

Note per Flavio


Si è detto che il poeta viva dentro un perpetuo stupore. (1)
A maggior ragione possiamo affermarlo parlando di Flavio Ballerini. Un poeta
straordinario, personalissimo nel singolare modo di esporre i suoi versi,
spezzati o dal ritmo musicale sincopato, espressi al tempo stesso con la forza
di una continua novità (2); la novità e il candore propri del bambino che si
agita dentro il suo essere diviso, che si lascia sorprendere dalla meraviglia
della vita, dal suo miracolo.


Questo è il poeta Ballerini, un alchimista, “ballerino” della parola.

 


- - -


  “come protezione si custodisce / la luce viva del sognare…”; “la vita se non è
  un miracolo muore” (pagg. 48 e 62 di “Emozioni maldestre”).


  Si vedano ad esempio i pochi versi folgoranti ispirati dalla mia poesia
  L’ombra.

 


*


Insostanziale la Luce

insostanziale la Luce
nella carne si oscura
(energia fatta densa)

luce verde della memoria
scuote la morte:

il nocciolo del tempo
nel buio delle vene è universo
presto deperibile

- da La bellezza dell'essere, 2007 -

Felice Serino

*

La luce ha bisogno di arrivare, come nel tunnel di una galleria ha sempre fame
d'aria, di libertà, di spazi aperti, di correre fluentemente a gran velocità.
Non appartiene a nessuna sostanza (insostanziale) la luce: nella carne, nella
materia, si oscura, perde di forza, di energia, si appesantisce… La sostanza del
tempo / nel buio delle vene è universo / presto deperibile, ma la memoria salva
dalla morte, riesce a rendere vivi avvenimenti passati (luci) di gioie
irripetibili che sembravano perse. Si tratta di una memoria spirituale che non è
cancellabile, bensì eterna.
La poesia di Felice Serino è di una brevità lessicale e concentrazione di
significati unica. Se dovessimo catalogarla tra terra cielo e mare, diremmo
senza dubbio che è una poesia di cielo.


Andrea Crostelli


 


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commenti alla poesia: E' in te nell'aria
post pubblicato in diario, il 12 giugno 2010


 

         E' in te nell'aria


                        è in te nell’aria
                        sottile la senti la mancanza
                        di vita piena
                        come applaudire con una mano sola

                        ma è regale regalo
                        questo rapido frullo
                        d’ali
                        atto d’amore
                        non affidarlo nelle mani del vento

                        sii àncora
                        gettata nel cielo

                     

               
                        ----
                        -Felice, sono veramente incantato, la tua poesia è
                        magica e, tecnicamente, risponde a tutti i canoni della
                        poesia libera, dalla metafora all'allitterazione,
                        dall'onomatopea a quello che oggi è il più raro: la
                        musicalità del verso. Ha una forza lirica straordinaria
                        che esplode dirompente nella splendida chiusa:

                        sii àncora
                        gettata nel cielo

                        _________________


                        Antonino Magrì

                        .......

                        Sito : http://www.siciliachiamamondo.it/
                   

                        http://artevizzari.italianoforum.com

                         

             
                    
                        ----
                        -Felice, questa è veramente sublime! Il linguaggio è
                        semplice, ma pregno ed incisivo, con immagini fresche
                        che fai vivere appieno:

                        la mancanza
                        di vita piena
                        come applaudire con una mano sola


                        questo rapido frullo
                        d'ali


                        non affidarlo nelle mani del vento


                        sii àncora
                        gettata nel cielo

                        in essa vi è la piena consapevolezza della vita che si
                        perpetua oltre la morte fisica, come entrare in un'altra
                        dimensione dell'esistere, una dimensione che seppur
                        "mancanza di vita piena" ai nostri occhi, puoi comunque
                        percepire "in te nell'aria".

                        _________________

                        Antonino Magrì

 

                
                        Manuela Magi
                        ----
                        -Trovo splendidi questi versi.
                        Una sorta di esortazione per un volo , affinchè non vanga
                        mai interrotto.
                        La chiusa racchiude l'infinito.

                     

                       Anna Maria Chiapparo
                        ----
                        -Che bella! E' incredibile saper fare poesia...in pochi
                        versi si riesce ad esprimere un'infinità che mille
                        parole non avrebbero lo stesso impatto

                        _________________
                        La vita è un dono: Scartalo!

                    

                       Gianni 65
                        ----
                        -Si sente spesso, troppo spesso la mancanza di una vita
                        piena. siamo presi da un mondo freneticamente in moto e
                        ci lascaimo sfuggire le cose veramente importanti, le
                        cose belle della vita. 

                     

                      




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commenti di Luca e Andrea (+ "un pò ti cerchi...")
post pubblicato in diario, il 29 maggio 2010


 


CRITICA ALLA POESIA DI FELICE SERINO: "PARUSIA"
Di Luca Rossi
Settembre 2003


PARUSIA
(nell'ultimo giorno: scaduto il tempo osceno)

sporgersi sull'oltretempo ai bordi
della luce
presenze
evanescenti in chiarità
di cielo: farsi
corpi di luce

Da La difficile luce, 2005

*

Il tema di ciò che sarà dopo, di ciò che noi saremo dopo, e di come il tutto
accadrà, sembra essere uno tra gli aspetti più ricorrenti e forse ossessivi del
Poeta.
Serino intraprende ancora una volta, attraverso questi versi, un viaggio al
centro della fede in modo del tutto impersonale (o forse a lato, per paura di
fare troppo rumore con il suo raccontarsi).
"Perché?", mi domando.
Probabilmente perché la fede pur legando le masse lascia comunque gli individui
vincolati ad una propria identità, quella stessa che non è omologazione, ma che
trova il suo spazio in una terra comune "sull'oltretempo", come dice il Poeta,
dove la luce rimane come unico elemento quale comune denominatore che confonde
le anime, ma non le riduce ad un unico sistema di contatto.
Ai bordi della luce queste presenze evanescenti si rendono visibili solamente
dove comincia il cielo mentre, come corpi, definiti, delimitati da un proprio
involucro apparente, l'ultima luce riveste l'individuo di una nuova essenza
prima dell'ultimo giorno, dove scaduto sarà il tempo osceno, dove scaduto sarà
il tempo vissuto.


* * *

Commento alla poesia Sospensione, di Felice Serino

Sospensione

 

un camminare nella morte dicevi
come su vetri non conti le ferite
aspettare di nascere uscire
da una vita-a-rovescio
riconoscersi enigma dicevi
di un Eterno nel suo pensarsi
                                     
Da Il sentire celeste, 2006

*

In Sospensione vedo un saltimbanco che cammina ad occhi chiusi su un filo.
Cammina senza sapere quando il filo terminerà all'altro capo, al capo opposto da
cui è partito. Sa che l'attende il vuoto, ma non ha paura. D'altronde camminare
sulla terra ha provocato in lui tante ferite, ferite che lo tagliuzzano fino a
spezzargli la vita.
Prima il saltimbanco faceva sul suo filo (per lo spettacolo) un breve tragitto e
poi tornava all'ovile iniziale. Aveva provato ad aumentare le distanze di un
pochino, mantenendosi però a misure di sicurezza, con occhi aperti che potevano
inquadrare la scala che lo aveva fatto salire e l'avrebbe fatto scendere. Ora,
invece, non cerca più gli applausi ma la libertà, e viaggia ad occhi chiusi
senza più fermarsi affidandosi, affidandosi a uno sguardo eterno che non si
distoglie da lui e lo rassicura. Più va avanti e più in quello sguardo sente di
riconoscersi e di confondersi fino a che non farà alcuna differenza tra i due e
quell'unisono sarà l'eterno.
Secondo l'occhio dell'uomo la vita non materiale è una vita-a-rovescio, solo
così può chiamarsi per lui una vita che inquadra come piena di privazioni;
tutt'altro è per l'uomo spirituale: il rovescio è spendere la vita nelle cose
che finiscono.
Riconoscersi enigma, mistero, eleva la nostra natura. L'indecifrabile, il non
ancora decifrabile pienamente, in noi e in quello sguardo, è la vera attrattiva.
Il vero scopo di questa traversata è la caduta nel vuoto per affondare tra le
mani del Pensiero eterno nel pensarsi in noi (così a Lui piace, anche).


*

COMMENTO ALLA POESIA DI FELICE SERINO "RICORDA"

Ricorda
[ispirandomi a David Maria Turoldo]

sei granello di clessidra
grumo di sogni
peccato che cammina

ma
s e i   a m a t o

immergiti
nella luminosa scia di chi
ti usa misericordia

ritorna a volare:
ti attende la madre al suo
nido

ricorda: sei parte
della sua infinita
Essenza

nato
per la terra
da uno sputo nella polvere
da La bellezza dell'essere, 2007

*

"Ricorda", ispirata a David Maria Turoldo, alla sua schiettezza, alla sua
decisione di dire le cose senza addolcirle (con tutta la loro drammaticità).
"Ricorda" ripercorre il cammino dell'uomo su questa terra nelle sue fasi
essenziali (meno seccamente di Turoldo), fasi che confluiscono nella visione
futura dell'Eternità.
Il peccatore, il sognatore non sa quanto sia stretto il buco nella clessidra che
lo proietterà dall'altra parte, oltre il tempo, oltre quel tempo che non può
calcolare perché è all'oscuro della fattezza di quel buco... Quel buco è la mano
di Dio che dopo aver soffiato la vita e con la saliva impastato la terra per la
nostra natura, decide che sia giunta l'ora che ritorni secca; come sabbia
scivoli dal suo pugno. "Ma sei amato" e quindi ti riprenderà trasformato a sua
immagine e questa volta senza parentesi.

*

Considerazione sulla poesia "Lacera trasparenza"

Lacera trasparenza

insaziata parte
di cielo
vertigine della prima
immagine
e somiglianza
vita
lacera trasparenza

sostanza di luce e silenzio

sapore dell'origine

fuoco e sangue del nascere

da La bellezza dell'essere

*

"Lacera trasparenza" la vita. Quanto fa pensare da solo questo verso. La vita
sporca le vesti pulite (trasparenti) del bambino che viene al mondo...
Andrea Crostelli


***

 
Commento alla poesia di Felice Serino "La tua poesia"
Di Luca Rossi. Giugno 2003


LA TUA POESIA


quando un capriolare nel mare prenatale
ti avrà fatto ripercorrere a ritroso
la vita (tutta d'un fiato) azzerando l'Io spaziotempo -
allora leggerai la vera sola poesia aprendo
gli occhi sul Sogno infinito: la tua
Poesia cavalcherà in un' albazzurra i marosi
del sangue fiorirà negli occhi di un'eterna giovinezza

Da La difficile luce, 2005

*

La poesia scritta da Serino è tutta un inno alla giovinezza, ma non alla
giovinezza in generale, bensì a quella dell'anima, la quale non si consuma ma
resta sempre uguale, e che il tempo non dissipa con il suo correre
inarrestabile; è un'indicazione sul modo di come fare per riappropriarsene,
quando ormai i giorni sembrano non averne più memoria ed è pure un canto alla
verità su cui si basa l'esistenza.
Aprendo la prima strofa con un verbo "montaliano"*, il poeta immerge fin da
subito il lettore nelle acque di un mare che è origine, inizio, ora zero,
epifania della vita, cioè quello del grembo materno, in cui la madre è
ricordata, in modo traslato, un po' come la madre Terra, da cui tutto è
generato. E non potrebbe essere altrimenti.
Per un attimo sembra che a un punto esatto dell'esistenza, facendo capriole,
come è tipico dell'età infantile, colui che legge faccia ritorno a quel tempo
originario, primordiale. E la vita rapidamente inverte il conteggio delle sue
ore, dei suoi giorni, dei suoi anni fino a pochi istanti prima del suo nascere;
un ritorno che è segnato dalla corsa rapida del pensiero che si fa viaggio,
perché il "pensiero" è sinonimo per eccellenza di velocità che brucia lo
"spaziotempo", come lo definisce Serino, in cui l'essere vi si trova immerso.
Ed è in questo preciso punto che il poeta ci fornisce la chiave di lettura del
testo; nel momento in cui dice (con parole che hanno un che di sapienziale e dal
fascino indiscutibilmente bello, nel senso più ampio del termine) che solo
allora "leggerai la sola vera poesia aprendo gli occhi sul Sogno infinito".
Eleganza del verso e simbolismo indiscusso di tutta una rappresentazione di
segni e concetti. E non è un caso se la parola poesia riportata nel procedere
della lettura è scritta in carattere minuscolo la prima volta ed in maiuscolo la
seconda; non si tratta di un errore, non è una distrazione di chi scrive e
neppure una "licenza poetica", in quanto la prima raccoglie la vita nel suo
significato generale, quella sociale, magari vissuta superficialmente,
banalmente, senza prestare attenzione ai segni criptati che ci provengono da un
destino già scritto, mentre nel secondo si vuole fare esplicitamente riferimento
alla vita del singolo, quella del lettore che diviene il vero protagonista del
messaggio a cui il poeta vuole indirizzare il suo pensiero.
Meriterebbero questi primi due aggettivi e il sostantivo che ne segue alcuni
approfondimenti, percepire il pensiero di chi scrive.
Il primo, vera, in quanto autentica, coerente con il proprio Io, con il proprio
credo, che forse è andato perduto con l'avanzare degli anni. Ma è solo una
percezione, un'intuizione a cui il poeta ci dice di porre attenzione.
Dopo tutta una vita spesa per "farci notare", per non essere esclusi dal
progresso nel quale se non si lascia un segno non si è nessuno, la riflessione
stessa a cui siamo stati chiamati ci porta a fare un'analisi storica del nostro
vissuto, interrogandoci sul fatto che sia stata proprio quella la via che
volevamo percorrere,e che siamo stati costretti a calpestare, per fare "sentire"
la nostra voce in mezzo alle voci di coloro che hanno voluto gridare di più per
apparire, per sembrare, per affermarsi.
Ed è in quel momento che la verità si fa strada e si rivela per quella che è,
nuda, scarna, senz'ombra, gettando quasi un alone di colpevolezza sulla propria
coscienza che ci portava a credere di essere nella verità.
Sola, perché non ne esiste un'altra. Non esiste un'altra verità che può essere
uguale alla nostra, confrontabile, similare, un io uguale all'altro col quale
porre limiti e infiniti orizzonti da cui trascendono i progetti.
Non è confrontabile un vissuto con l'altro, per quanti errori o cose positive
abbiamo compiuto all'interno della nostra vita.
Portiamo con noi una serie di prove da superare che forse non riusciremo a
portare a termine, un'infinità di progetti che vedremo fallire, ma anche la
speranza che forse qualcuno un giorno, fosse anche il fratello che proviene da
lontano, il pellegrino per eccellenza (inteso in senso cosmopolita) possa
comprenderle (nel senso etimologico del termine, prendere-con-sé).
Portiamo con noi anche le cose belle, compiute, quelle positive, costruttive,
dalle quali però il più delle volte ci aspettiamo riconoscenza, e non dovremmo,
perché la vera Poesia, e qui il sostantivo inevitabilmente viene riportato in
caratteri maiuscoli, deve rimanere anonimo, noto solo agli occhi di Colui che
tutto vede e di cui noi abbiamo conoscenza per fede e testimonianza teologica.
Qui il sostantivo acquista il suo vero significato, insindacabile, indiscutibile
della creazione.
Difficoltà estrema quest'ultima (indicata dal poeta con riferimento ai marosi)
dell'uomo, di cui la parola sangue ne rievoca chiaramente l'immagine e ne
sottolinea l'unicità, quasi fosse una carta d'identità, e con la quale è
chiamato a vivere senza mai perdere la sua vera bellezza, che il poeta recupera
prima della chiusura, in direzione di un azzurro verso il quale cavalcare;
colore di una giovinezza che fu, che continuò a essere e che sarà, ogni qual
volta l'eternitàci chiamerà a volgere lo sguardo verso un mondo che adesso non è
più, ma nel quale fino a un attimo prima eravamo vissuti.


* Capriolare.

***


un pò ti cerchi un pò ti butti via...
GIOVINEZZA
Prati teneri, intenso verde,
caviglie agili, snelle
dal venticello gaio frustate...
palpiti e sussurri, risa;
acqua di ruscello
fresca, tersa
come i miei pensieri:
una tenera ansia da consumare.
Un altro Io era quello...
Lasciai lì le mie ceneri
sparse al vento.
_ _ _

Questa mia poesia è dell'anno 1967 e chiude una breve raccolta pubblicata sotto
pseudonimo (da me ripudiata). Delle altre, è quella non da salvare ma che mi fa
meno 'sorridere'...
Ma devo confessare che della mia giovinezza ho poco da sorridere: rivedo un
ragazzo piegato sulla solitudine, forse un pò voluta (una vita incolore, un pò
ti cerchi un pò ti butti via), preso nella spirale di una mania depressiva che
mi spinse a un tentativo di suicidio.
Sono gli anni più belli? Dicono. Mah!; difficile la maturazione in quel periodo
acerbo, età definita 'ingrata', quando non si hanno punti precisi di riferimento
e manca l' affetto familiare, manca l'amore, un amore vero e pulito per cui ti
alzi la mattina e ringrazi Dio di essere vivo...  Un'età avvolta di fragilità
esistenziale mascherata di aggressività; - tiri fuori le unghie anche se spesso
te le rivolti ad affondarle nell'anima...
Pensare di morire a quell'età! Sta di fatto che il mio pensiero fisso sulla
morte si rispecchiava in quelle poesie giovanili.

Andrea Crostelli - note
post pubblicato in diario, il 15 maggio 2010


 

NOTE DI ANDREA CROSTELLI
A 3 POESIE


L’ INDICIBILE PARTE DI CIELO

indicibile la parte di cielo
ch’è in te e ignori – dice steiner
l’uomo in sé cela un altro
uomo: testimone che ti osserva e
sperimenti ogni ora:

basta che solo
un verso o poche note ti richiamino
a una strana forza interiore:
              e cessi
di sentirti mortale

*


RIEMPIRE I VUOTI

riempire i tuoi vuoti di cielo
e un angelo che ti corre nelle vene
come sangue e il bianco grido
del vento che sfiora
i contorni del cuore a smussarne
gli angoli vivi il dono
di una parola (cara
e rara non di circostanza)
corredata dalla luce di un
sorriso ad hoc

*


AUNG SAN SUU KYI
(scritta il 22.5.09)

non violentate la primavera
del suo giovane sangue
non pugnalate la colomba
del suo cuore aperto
alla compassione

non schernite la disarmante
verità che proclama
aizzandole contro
i mastini della notte

dal suo sangue si leva alto
il grido d’innocenza
a confondere intrighi di potenti


Felice Serino

***

E' vero, basta che qualcosa "svegli" l'animo - come un verso, qualche nota, una pittura - che improvvisamente saltiamo il guado che fa sentire il pensiero atemporale.

*

"L'angelo corre nelle vene" mi fa pensare a quando faccio difficoltà a gestire quello scoppio d'amore che m' investe di tanto in tanto.

*

"I mastini della notte" non soffrono la sobrietà, il pacifico equilibrio che dà sapore alle cose, per questo vorrebbero azzannarti ma sbattono il muso con lo specchio che li fa vedere deformati al confronto.

Andrea Crostelli


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Luca Rossi: commenti
post pubblicato in diario, il 1 maggio 2010


 

 

                              NELLA VALIGIA (NOTE DI VIAGGIO)
                              (a cura di Luca Rossi)

                              (il chi-siamo-dove-andiamo:
                              dove la mente
                              s'inlabirinta)

                              l'io
                              vestito di nebbia
                              promesso alla morte -

                              (nella valigia pronta la perdita
                              originaria la vita a
                              metà)

                              risucchiato come da un tunnel...

                              attraversato
                              da flutti di luce

                              destinazione: il Sé

                              [da Fuoco dipinto - 2002, edizione dell'Autore]

                              E' proprio un lungo viaggio quello che viene
                              descritto nella poesia; un
                              viaggio che dura tutta una vita.
                              Un viaggio la cui destinazione ci viene rivelata
                              solamente al termine dei
                              versi: ultima stazione di un percorso obbligato
                              che chi scrive sembra
                              avere intrapreso da tempo.
                              Un interrogativo espresso in forma indiretta apre
                              quest'opera, chiedendoci
                              chi siamo e il motivo del nostro andare.
                              Ma è difficile credere che possa essere la ragione
                              a guidare questo
                              percorso che si rivelerà esplorazione, perché in
                              una sorta di labirinto si
                              perdono la nostra mente e i nostri pensieri.
                              Metaforicamente chi scrive ci dice che è la mente
                              stessa il mezzo sul
                              quale "dovremo salire" per potere viaggiare, come
                              un treno che dobbiamo
                              prendere, e ci saliremo già vestiti con il nostro
                              Io ricoperto da una
                              nebbia che non ci permette di guardare oltre,
                              perché oltre c'è solo la
                              morte quale limite di tutto ciò che siamo e a cui
                              ognuno di noi, fin dall'inizio, è stato promesso.
                              La nostra valigia è pronta delle cose che
                              perderemo, tra cui la vita
                              stessa, ma che verranno meno solamente a metà,
                              perché il resto sarà tutto
                              da venire, risucchiato in quel tunnel che ora
                              andremo ad attraversare,
                              pieno di una luce chiarificatrice, che segna
                              l'altra metà della vita,
                              quella che rimane appunto, e l'altra metà del
                              viaggio.
                              Solo giungendo a destinazione scopriremo la verità
                              che ci avvolge.
                              Mentre scenderemo da questa specie di treno e ci
                              guarderemo intorno,
                              vedremo che sul marciapiede della stazione ci sarà
                              solo il tempo ad
                              attenderci, mentre lasceremo la nostra valigia nel
                              deposito bagagli piena
                              delle cose che sono oramai passate e che qualcuno
                              sicuramente un giorno
                              aprirà: coloro che ancora attendono di iniziare
                              questo lungo viaggio.
                              Destinazione: il Sé.

                              ***

                              TRA ONIRICI LAMPI
                              (a cura di Luca Rossi)

                              tra onirici lampi
                              ride la tua immagine d'aria
                              intagliata nell'ombra del cuore

                              [da Fuoco dipinto - 2002, edizione dell'Autore]

                              C'è un luogo che la poesia propone come rifugio
                              quando la notte porta con
                              sé, attraverso i sogni, le luci abbaglianti di una
                              vita vissuta a cavallo
                              tra il ricordo e l'attimo presente: è un luogo
                              ideale il cuore quando
                              diviene riparo per conservare un'immagine, per
                              trattenere un volto... un desiderio.
                              L'aria di cui è fatta la materia del ricordo ride,
                              quasi a burlarsi di
                              ciò che crediamo realtà, e vi passa attraverso
                              come per ossigenare gli
                              anfratti che la malattia del vivere riserva a chi
                              è dimentico del tempo e
                              che i lampi illuminano partendo dalle regioni
                              remote di quegli anni che non esistono più.
                              C'è una zona d'ombra creata dalla luce del lampo
                              dove nulla è visibile a
                              chi sta fuori dai confini del cuore.
                              Il cuore come una casa, dove solo parte della luce
                              vi penetra, per
                              lasciare delle zone in penombra in cui riposare i
                              ricordi, lontani dal
                              domandare continuo del giorno, che bussa con
                              insistenza alle finestre per
                              richiamarci ad una realtà che talvolta non
                              vogliamo.
                              La luce dei ricordi è luce che non proviene da
                              alcuna stella, ma da un sogno.
                              Un sogno che scaturisce da una notte che neppure
                              il sole riesce a
                              illuminare, quando la mente pensa a tutte quelle
                              cose che ancora sarebbero state.

                              ***

                          

                              NEL PERDURARE LA LUCE
                              (a cura di Luca Rossi)

                              le ore arroventate: erano
                              estati lunghe a morire

                              le corse pazze le ginocchia
                              sbucciate nel perdurare la luce:

                              ancora un mordere
                              la sanguigna polpa del giorno - ricordi? -

 

                              Poesia del ricordo, forse di una nostalgia che non
                              è mai trascorsa e mai
                              passerà; una luce simbolo di una memoria che ha
                              lasciato un segno doloroso
                              (le lesioni provocate ogni qual volta si cadeva)
                              ma tangibile, reale,
                              sperimentato talvolta nell’incertezza stessa del
                              momento, anche
                              nell’incoscienza di una corsa dal fine rischioso
                              (come la vita del resto).
                              Tutto è luce (come potrebbe non esserlo la
                              giovinezza che vede con gli occhi
                              trasparenti del giorno verso l’estate che non
                              cessa di esistere?
                              E quelle ore che sanno di calore estremo che
                              scotta la pelle se non si
                              rescono a dominare le proprie passioni?).
                              "Ricordi?", dice il poeta all’amico che gli fu
                              accanto a quel tempo:
                              immagine riflessa in uno specchio della popria
                              persona, del proprio essere,
                              in un soliloquio dove anche i compagni di allora
                              più non esistono, se non
                              nel vago di una mente che cerca solo il ricordo.
                              Ma tutto è luce, grido di liberazione di un
                              presente che si fa passato per volervi rimanere.
                              E intorno il vuoto dell’esistenza, forte,
                              penetrante, palpabile, di cui ci
                              si accorge solo quando si vede la notte che sta
                              per venire; il mistero
                              delle cose che non abbiamo mai capito, dei momenti
                              che non siamo riusciti a
                              imprigionare, ma che ritroviamo ogni qual volta
                              uno spiraglio generato da
                              uno spettro di luce attraversa il tempo e fa
                              breccia nel cuore, terra dove
                              abbiamo sepolto per sempre i ricordi, sommato il
                              presente al passato.

                              Marzo 2003

                         

                              ***

                              UN DIO CIBERNETICO ?
                              (a cura di Luca Rossi)

                              vita asettica: grado
                              zero del divino Onniforme
                              (ma la notte del sangue
                              conserva memoria di volo)
                              vita sovrapposta alla sfera
                              celeste regno d’immagini
                              epifaniche / emozioni
                              elettroniche
                              eclissi dell’occhio-pensiero

                              [da Fuoco dipinto - 2002, edizione dell'Autore]

                              In un mondo che è immagine, in un mondo dove
                              l’uomo si è innalzato sopra
                              tutto e tutti, come giudice che dà la vita o la
                              toglie, come persona in
                              grado di decidere se fare nascere o meno altri
                              esseri, dove l’attesa del
                              Redentore è diventata solo un lontano ricordo
                              perché già vissuta e non più
                              ripetibile, ecco definirsi l’immagine di un nuovo
                              dio (questa volta con la
                              lettera minuscola - lo dice il poeta) creato
                              dall’uomo per l’uomo, forse
                              senza saperlo, non appena il tempo è divenuto
                              maturo, mentre tutto riparte
                              da zero, a grado zero; dove zero è l’origine di un
                              nuovo universo, di nuove
                              emozioni perdute che devono essere ricostruite o
                              recuperate, di immagini
                              nuove che devono essere fissate nella memoria
                              perché le vecchie appartengono
                              a un mondo che non c’è più, che è andato
                              distrutto.
                              Eppure, il nuovo dio cibernetico, figlio di un
                              uomo che ha la sua stessa
                              essenza, incontaminato dal passato, sembra
                              conservare sotto le sue spoglie
                              il ricordo di una notte di sangue e di volo, segno
                              di un sacrificio e di una
                              manifestazione di essenza divina di un dio che era
                              Tutto, che era ogni cosa e in ogni cosa.
                              L’occhio è lo specchio di ciò che è la realtà:
                              ultima terra di conquista di
                              un mondo senza emozioni che hanno dell’umano, di
                              una nascita che contiene
                              nuovi semi di futuro solo cibernetico, di un
                              dio-macchina.
                              L’occhio-pensiero così si chiude e smette di
                              vedere con i sentimenti della
                              storia e di pensare con l’identità della fede.
                              Niente più resurrezione della carne, niente più
                              perdono di nuovi peccati
                              verso quelli che commettono crimini di pirateria
                              informatica, niente più
                              reincarnazione in altre caste, ma solamente
                              immagini costruite per un dio su
                              misura in grado di fermare il tempo e i sogni non
                              appena ci si sconnette dalla "rete".

                             


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commenti di Antonino, Andrea e Luca
post pubblicato in diario, il 17 aprile 2010


 


 
COMMENTO ALLA POESIA DI FELICE SERINO
ANGELO DELLA POESIA
 
 
librarsi della tua ala azzurra nel mio sangue


io-non-io: in me ti trascendi e sei


d'ineffabili alfabeti s'imbeve il nascere delle mie aurore


*
Da La difficile luce, 2005


*
  
E' una poesia ermetica sublime, da analizzare e scoprire; io la interpreto così:

librarsi della tua ala azzurra nel mio sangue

è il momento in cui l'ispirazione, come musica celestiale, fa sentire al poeta
la sua voce e gli rimescola il sangue

io-non-io:

il poeta non è più se stesso, entra in trance trascinato dall'irresistibile
richiamo dell'ispirazione

in me ti trascendi e sei

è il momento in cui l'ispirazione "si serve" del poeta ed elevandosi al di sopra
di esso, diventa presenza reale, è, esiste; il poeta diventa strumento della
musa

d'ineffabili alfabeti s'imbeve il nascere delle mie aurore

il momento in cui avviene il "parto" delle poesie (il nascere delle mie aurore)
è una sensazione di liberazione tanto profonda e sublime, così ricca di vita e
di gioia da non potersi descrivere a parole (d'ineffabili alfabeti s'imbeve).

      Antonino Magrì


* * *

     
FLASH SCATURITO DALLA LETTURA DEI VERSI DI POESIA
DI FELICE SERINO


POESIA
 
ti avviti
con lucido delirio
nella folla
di parole
(tra sprazzi di
di coscienza e sogno
insegui
gibigiane echi:
ecco sfrondarti
forbici di luce:
la pagina è tuo lenzuolo
quando in amplessi
cerebrali
muori rinasci)
la tua anima di carta
ricrea armonie
in seno a spirali
più alte


 ***

Le parole che si ammassano e si spingono tra la folla per mettersi in luce e
voler rispondere a tutti.
Le parole che s'incasellano velocemente sul foglio come automatismi di una
stampante a un tuo semplice cenno d'avvio.
O le parole che viaggiano lente su di un carretto guidato da un mulo che conduce
te, padrone che dormi, a completare il percorso del tuo sogno fisico/verbale.
Tranquillo, c'è sempre chi conosce la strada!
Le parole infine ridotte all'essenziale e in quell'essenziale moltiplicate per
144.000 modi di interpretarle che le rendono costantemente vive.
Parole parole parole, magia della lingua che comunica con il suo bacio-poesia.
L'eccitazione spirituale che si fa carne.
E' il "delirio" "in seno a spirali più alte".
Una molla nel cervello che si genuflette al mistero per poi sobbalzare gioiosa e
fuoriuscire da questo come canto di lode che si esterna.


Andrea Crostelli


***

 

AION

1.
chi ti ha fatto sapere ch'eri nudo?
l'ntrare della morte nel morso
della mela (si erano creduti il Sole
scordando di essere riflessi)
 
1.a
il serpente mi diede dell'albero e...
eva la porta
di sangue
per dove passa la storia

2.
nell'incrocio dei legni
la conciliazione degli
opposti (lo scheletro del mondo)

2.a
è il Figlio che pende
dai chiodi
la risposta a giobbe

3.
ancora l'assordare dei martelli ancora
un giuda che fa il cappio abbraccia un albero di morte
- sulle labbra il fuoco del bacio


Felice Serino
Da La difficile luce, 2005

*

Critica di Luca Rossi. Luglio 2002


L' identità, la conoscenza della morte, il riscatto tramite il dolore altrui, la
scoperta di Dio, il ricordo: ecco gli elementi principali, i titoli attraverso i
quali si snoda il componimento di Serino.
La presa di coscienza del peccato apre la prima strofa, dove la mela (simbolo
del divieto divino, del non andare oltre, del sapere che la libertà offerta
avrebbe potuto avere un limite per la salvezza stessa dell'essere) ora è stata
consumata e ha riempito l'uomo di ogni tempo compreso quello del terzo
millennio, della stessa onnipotenza di Adamo.
E' forse cambiata la storia? No; Qohelet, il sapientissimo, ci dice che non c'è
nulla di diverso sotto il sole che ancora oggi non accada.
L'uomo che è, già è stato.
L'umiltà è l'arma attraverso la quale riprendere coscienza del ricordo del
Padre, della memoria della morte e dell'immagine di quella polvere che alla
fine, se racchiusa nelle mani di Dio, per essere trasfigurata, riplasmata,
tornerà ad essere semplicemente terra che alimenterà nuovamente le radici di
quell'albero sul quale è maturata la mela, se non ci si lascerà trapassare da un
Sole da cui piovono raggi di luce, che sono verità di un universo che non si
espande secondo le leggi della fisica, ma dell'amore; di quell'amore che viene
tentato dal serpente che scese dall'albero per allontanare da noi l' idea della
fine, la lontananza della morte attraverso l'inganno di una bellezza che ognuno
vorrebbe possedere a qualsiasi costo.
Eva apre la via ad una libertà secondo la quale il valore dell'estetica e della
provocazione nasconde il suo doppio senso, la perversione di volere fagocitare
ogni cosa perché ogni cosa debba essere nostra, debba necessariamente
appartenerci, coinvolgendoci in un delirio che oscura la vista per distogliere
lo sguardo da ciò che risiede oltre le nebbie.
Da qui passa la storia che il poeta descrive, passa l'azione dell'uomo che cade
prigioniero per non avere saputo riconoscere all'angolo delle vie quegli angeli
perduti e mai redenti, che offrono immagini fantasmagoriche di un finto
benessere e di una strada che non sembra avere alcuna via d'uscita.
Ma il poeta, dopo avere dichiarato con forza che l'idea della morte eterna è
propria di chi sa di non svegliarsi dalla notte che ci investe, suggerisce
attraverso le ultime righe un percorso che potrebbe essere il più giusto: quello
della conciliazione con Dio, del sapere del dolore di chi si fece trafiggere
perché l'uomo capisse che da solo non si sarebbe mai potuto salvare e del
riconoscersi ancora una volta in fuga da quell'Eden che ogni epoca ripropone,
perché la benevolenza di Dio è sempre presente, sempre attuale, sempre nuova.
Un Eden che mette in evidenza le regioni sconfinate del bene e dell'amore da
cui, chi è ancora in grado di ascoltare, dopo i fragori del giorno, sente il
battere del martello sul chiodo che penetra la carne ed il legno.
Davanti a noi sta la morte di sempre.
Più in là una morte che detiene invece un senso più ampio: l'uomo che prende
coscienza dell'Eterno.
E la poesia di Serino vuole essere un monito, forse l'ultimo, di un uomo che
ancora ascolta e ci induce a riflettere su quanto la storia ha avuto da dirci.

 

 




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commenti di Antonino Magrì
post pubblicato in diario, il 3 aprile 2010


 

                        E' in te nell'aria


                        è in te nell’aria
                        sottile la senti la mancanza
                        di vita piena
                        come applaudire con una mano sola

                        ma è regale regalo
                        questo rapido frullo
                        d’ali
                        atto d’amore
                        non affidarlo nelle mani del vento

                        sii àncora
                        gettata nel cielo

                     

               
                        ----
                        -Felice, sono veramente incantato, la tua poesia è
                        magica e, tecnicamente, risponde a tutti i canoni della
                        poesia libera, dalla metafora all'allitterazione,
                        dall'onomatopea a quello che oggi è il più raro: la
                        musicalità del verso. Ha una forza lirica straordinaria
                        che esplode dirompente nella splendida chiusa:

                        sii àncora
                        gettata nel cielo

                        _________________


                        Antonino Magrì

                        .......

                        Sito : http://www.siciliachiamamondo.it/
                   

                        http://artevizzari.italianoforum.com

                         

             
                    
                        ----
                        -Felice, questa è veramente sublime! Il linguaggio è
                        semplice, ma pregno ed incisivo, con immagini fresche
                        che fai vivere appieno:

                        la mancanza
                        di vita piena
                        come applaudire con una mano sola


                        questo rapido frullo
                        d'ali


                        non affidarlo nelle mani del vento


                        sii àncora
                        gettata nel cielo

                        in essa vi è la piena consapevolezza della vita che si
                        perpetua oltre la morte fisica, come entrare in un'altra
                        dimensione dell'esistere, una dimensione che seppur
                        "mancanza di vita piena" ai nostri occhi, puoi comunque
                        percepire "in te nell'aria".

                        _________________

                        Antonino Magrì

 

                
                        Manuela Magi
                        ----
                        -Trovo splendidi questi versi.
                        Una sorta di esortazione per un volo , affinchè non vanga
                        mai interrotto.
                        La chiusa racchiude l'infinito.

                     

                       Anna Maria Chiapparo
                        ----
                        -Che bella! E' incredibile saper fare poesia...in pochi
                        versi si riesce ad esprimere un'infinità che mille
                        parole non avrebbero lo stesso impatto

                        _________________
                        La vita è un dono: Scartalo!

                    

                       Gianni 65
                        ----
                        -Si sente spesso, troppo spesso la mancanza di una vita
                        piena. siamo presi da un mondo freneticamente in moto e
                        ci lascaimo sfuggire le cose veramente importanti, le
                        cose belle della vita. 

                     

                      


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commenti di Magrì, Rossi, Crostelli
post pubblicato in diario, il 21 marzo 2010


 


Visione

imbevuto del sangue della passione un cielo
di angeli folgora l’attesa vertiginosa
nella cattedrale del Sole dove ruotano
i mondi
è palpito bianco la colomba sacrificale
 

Lirica intensa, pregna di suggestione e pathos. In pochissimi versi ben
ponderati ed equilibrati hai saputo farci rivivere con vigore e sapienza poetica
l'attimo magico e sacrale dell'eucarestia. Complimenti vivissimi e un grande
benvenuto tra noi!
                     
Antonino Magrì

***
                    
Quel sorriso
                        a R.

oltre lei forse fra le stelle
dura quel sorriso che nell’aria
ti appare ora sospeso come fumo
lucido incanto il tuo
sperdutamente altrove –
l’ha disperso il vento

                     
Pur nella sua semplicità, questa lirica è dolcissima e struggente. In essa si
racchiude la consapevolezza dell' oltre, la serenità della fede e la malinconia
del distacco terreno. La chiusa è veramente poetica; ma devo
ammettere che ogni singolo verso racchiude piena densità di immagini e sapiente
musicalità. Tu sai dimostrare che nella poesia non è la lunghezza che conta, ma,
anzi, è la capacità di condensare un pensiero in pochi artistici versi.
Complimenti, sei un poeta vero!

Antonino Magrì
http://www.artevizzari.italianoforum.it/

                               
***

E' in te nell'aria

è in te nell’aria
sottile la senti la mancanza
di vita piena
come applaudire con una mano sola

ma è regale regalo
questo rapido frullo
d’ali
atto d’amore
non affidarlo nelle mani del vento

sii àncora
gettata nel cielo

                  
Felice, sono veramente incantato, la tua poesia è magica e, tecnicamente,
risponde a tutti i canoni della poesia
libera, dalla metafora all'allitterazione, dall'onomatopea a quello che oggi è
il più raro: la musicalità del verso. Ha una forza lirica straordinaria che
esplode dirompente nella splendida chiusa:
sii àncora
gettata nel cielo
                      
                    
Antonino Magrì
                    
            
 
***

 

Commento alla poesia "Maya", di Felice Serino
Luca Rossi.
Marzo 2007-03-10
 
Mi riferisco a Maya. Stupende l'apertura e la chiusura che tendono a concentrare
il significato dei versi in un indefinibile "status" dell'uomo. La figura
geometrica, poliedrica, prismatica, antica, definisce il mondo riflesso che
solamente l'asceta è in grado di distinguere. Siamo della terra, ma solo ora:
non lo eravamo prima della nostra nascita, non lo saremo più dopo la nostra
morte. Ma abbiamo vissuto l'azzurro, nel suo senso simbolico e "nell'azzurro",
nel suo senso materiale, come luogo di sogni e realtà. Di decadente esiste il
corpo, effimero, ma non lo spirito racchiuso in esso: sottile fiamma.
Interessante aggettivo che apre a una visione pluridimensionale di significati.
Ognuno cercherà al proprio interno quello che più gli si addice quando dovrà
ricercare il contrario di "sottile".
Forse pochi lo troveranno, ma non sui dizionari.
Lo sapranno i Santi, lo diranno i Martiri. Lo diranno le vittime della guerra,
della violenza senza senso, la gente che muore di fame, coloro che avevano una
possibilità ed è stata loro negata.
Il poeta si fa interprete dell'asceta. Diviene per un momento esso stesso
spirito comune di questi, per poi distaccarsene e ridiventare uomo comune. Per
un momento entrambi racchiusi in quel prisma dove la luce si espande in ogni
direzione fino a dove l'occhio riesce a distinguere orizzonti di esteriorità
cosmica per poi penetrare e scaldarsi a lato di quell'anima che arde, dignità
esistenziale dell'uomo vero.


*


Maya
 
il di qua dice l'asceta
non è che proiezione
nel prisma azzurro del giorno


sentenzia
che perfezione
è la carne che si fa spirito


non si terrà conto
del corpo che si nutre
che è già della terra


si è dunque
del cielo o anelito
d'infinito ancor prima
del primo respiro?


- certa è la fiamma che dentro
ci arde – sottile –


*


Considerazioni sulla poesia "Maya"


"Perfezione è la carne che si fa spirito" è qualcosa che 'parla' (e bene) solo
in poesia, in quanto la carne è carne e lo spirito è spirito, e nessuno dei due
può diventare l'altro. Possibile invece vivere più che si può di cose spirituali
e "abbandonare" (a tratti) la carne. Cioè, essere così leggeri (elevati) di (in)
spirito che l'anima fuoriesce dal corpo lasciandolo come un fantoccio fino al
suo ritorno in esso, ovvero quando si è esaurita quell'energia soprannaturale.
Il centro della poesia, che è la centralità in cui essa ruota, secondo me detta
i dettami della riflessione (non a caso si trova in quel posto): "non si terrà
conto / del corpo che si nutre / che è già della terra". Cibarsi di ciò che
offre la natura, tingersi della terra, della sabbia, dell'erba rotolandoci sopra
per poi un giorno lasciarci le nostre spoglie [non come il cestino del computer
nel quale puoi ripescare le cose vecchie, ma come un programma nel quale non
puoi più accedere (solo Dio può farlo)]. Il corpo è la scatola, è la custodia
temporanea del regalo che c'è dentro: il nostro spirito che a sua volta si rifà
regalo al mittente. Quella "fiamma che dentro ci arde sottile" e sale verso
l'Alto, l'Altissimo.

Andrea Crostelli

***

 

nota su Paesi di mare

Le ali, i pesci, il seno azzurro del mare, il mare come una madre: ecco la
profondità trasognata che scaturisce dal mondo immaginativo di Crostelli, il
quale ci invia messaggi dalla sua "dimora", il mare, appunto.
Un "visionario" ma con il cuore che sempre spazia tra terra e cielo, abitato da
una intensità di colori e luce, e da una ricchezza di felici intuizioni: *
"Gabbiano dalle ali spiegate / il libro mio che vola (pag. 18);
"Ali d'uccello che s'intrecciano / nel cielo mio affollato di sogni" (pag. 32);
"Lasciala scrivere al vento la tua poesia" (pag. 40).
Andrea, come già lo dimostra, e con maestria, la sua bellissima opera  Nei
Mari di Melville, è un amante del mare, nato per lasciarsi affascinare e rapire
con un animo di fanciullo dalle sue creature e dai suoi abissi. Il mare, che
nelle sue profondità insondabili custodisce il mistero della vita.

* Andrea Costelli, Paesi di mare (fine del viaggio), 2008.

Felice Serino

 




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commenti di Luca, Andrea, GianCarla
post pubblicato in diario, il 6 marzo 2010


 


LA FORZA GENTILE
 
Dio è paziente: ha sogni
per l'uomo infiniti – frutti
immarcescibili

(centro del cosmo: non è
il suo un giocare a dadi)

egli visita le nostre
piaghe – manda angeli
a spazzare gli angoli del cuore

(suo disegno è
la Bellezza)

la sua forza è gentile
 
Felice Serino

Da La difficile luce, 2005
 
*
 
COMMENTO ALLA POESIA "LA FORZA GENTILE"
Di Luca Rossi. Dicembre 2002
 
Un'estrema tranquillità nel descrivere ciò che Dio rappresenta per noi percorre
questa poesia dal suo inizio fino al termine. Ogni aggettivo che viene
attribuito a Colui che del tempo detiene le sorti ci insegna che la calma e la
pace dei sentimenti appartengono solo a chi è eterno e non all'uomo frenetico
dell'era moderna. Nella sua "continuità" egli progetta per noi "oltre la morte"
(il sogno infinito rivolto all'uomo senza tirare a sorte il destino di ognuno,
ma predefinendolo per renderlo sicuro, certo, oltretempo, oltrememoria che si
dilegua).
Un Dio che si fa uomo nella sofferenza essendoci accanto quando le piaghe del
fisico e dell'anima si aprono, squarciano la notte che sta dentro di noi,e
solitudine ed abbandono ci circondano; quando l'ultimo amico segna la distanza
da dietro una porta che chiude i suoi battenti.
Un Dio che non si mostra, ma che si rivela attraverso messaggeri per ripulire il
cuore da ciò che non è eterno (l'incomprensione del mistero che fa da linea di
divisione fra il sentimento umano e quello dell'Assoluto). Solamente un cuore
sgombro dal filo rigoroso della logica e del dubbio può prepararsi ad accettare
il perché delle cose; un perché che il poeta vede come soluzione finale facendo
riferimento alla bellezza, disegno infinito dell'amore di chi sa fare della
forza un'arma gentile per combattere la paura esistenziale che ci appartiene.
Poesia a mio giudizio di elevato livello spirituale e morale, nonché
compositivo; lezione certo di stile e di richiamo per tutti noi ancora una volta
a volgere lo sguardo verso chi ci chiede di essere riconosciuto come architetto
ristrutturatore di anime.

 
* * *
 
 
Frasi sulla poesia "IL PECULIO DI LUCE" (a Simone Weil) di Felice Serino
 
IL PECULIO DI LUCE
(a Simone Weil)
 
1.
(occhi come laghi
a eco fremiti di vita)
ha mani che sfondano muri
di solitudine – amore
 
2.
germoglia grido di luce
da nuovo dolore
 
Felice Serino

Da Il sentire celeste, 2006
 
*

Tornano a te, come in un lago al centro della sua valle, gli echi della tua
voce-dolore-di-tempo, di quando pronunciasti frasi o pensieri appena ieri, o
tornano a te gli echi di chi, in un tempo più remoto, ti assomigliava nel suo
"sentire". Perché l'eco è un sentire che può arrivare dalle orecchie al cuore.
Queste sono le "mani che sfondano muri" (e anni), mani prolungate in gesti
d'amore e alzate in inni di lode.
L'eco della "luce" sorge come un grido potente di vittoria che abbatte mura di
Gerico (la preghiera "funziona" quando uno non dubita che otterrà quel che
chiede, anzi sa già di averlo ottenuto prima che questo accada), che stronca le
resistenze nemiche più volitive, che smaschera la "notte" con le sue abissali
contrapposizioni del bene e con l'offerta lieta delle proprie pene.
E' così che Felice Serino si specchia negli occhi di Simone Weil (intravede il
suo sorriso come una mano tesa), è così che Felice Serino si specchia nella vita
piena.

Andrea Crostelli


 
***


LA VITA NELLE MANI DEL VENTO
 
palpebre d'aria
chiuse sulla disfatta del giorno
(depistate tracce
rotte smarrite
a insanguinare il vento:
ruotare del tempo
nella sua vuota occhiaia)
anse d'ombre
annegano il grido
dell'anima giocata a testa e croce
 
Felice Serino

Da Fuoco dipinto, 2002
 
*

Commento critico di Luca Rossi
Settembre 2000
 
Occorre tirare le somme e vedere la realtà per quella che è o per quella che è
stata. La nostra anima, il nostro passato, non li possiamo cambiare.
Li abbiamo giocati al gioco del destino, apparso sempre così mutevole, come il
vento che ora soffia in una direzione e subito dopo nella direzione opposta.
Un vento che corre lontano prima che il giorno finisce.
E ora che si fa sera si devono fare le proprie considerazioni, come palpebre che
si chiudono alla disfatta del giorno.
Ma il giorno - la vita - è stato pieno di tante cose, di tanti avvenimenti, di
un destino falsato, di una scelta che non si è trasformata in realtà (rotte
smarrite, dice il poeta), che ha cambiato le sorti della stessa e ha macchiato
quel vento che porta oltre.
Restano le ombre, con le loro pieghe, con i loro risvolti che si accompagnano al
grido di quella che è ora la realtà dell'anima che vuole tornare a essere se
stessa, vita nelle mani del vento.


*
 
NEL  ROVESCIAMENTO
(a cura di Luca Rossi)
 
(non vedi al di là del tuo naso scientifico):

è come leggessi sull'acqua
lettere storte: poiché noi siamo
nel rovesciamento afferma
la weil - e negazione
ci appare la grazia
 
[da Fuoco dipinto - 2002, edizione dell'Autore]
 
*
 
Riscattare la propria condizione esistenziale è il fondamento di questa poesia.
Il nostro Io interiore e quello esteriore sono legati da un qualche cosa che li
determina, che li unisce per essere insieme un tutt'uno, a costruire un
significato.
Vediamo da un lato, mentre perdiamo visione dell'insieme dall'altro (non vedi al
di là del tuo naso scientifico), perché i parametri di giudizio sono quelli di
sempre, basati su una visione del cosmo troppo mediata dalla ragione e poco dai
sentimenti; dalla rigida regola di catalogare il tutto per dare una risposta a
ciò che avviene e poco dalla capacità di comprendere l'impossibilità di
penetrare i progetti della natura che sfuggono a ogni capacità di previsione.
La realtà può essere quella che vediamo riflessa in uno specchio d'acqua, ma può
anche essere quella che lo specchio d'acqua riflette quando la stessa viene
mossa e confonde l'immagine.
Eppure è sempre la medesima realtà vista in due modi differenti.
Poiché noi siamo l'una e l'altra: lettere ordinate, ben composte, ma anche
lettere storte che descrivono un racconto di vita diverso.
Leggiamo nell'acqua un volto, leggiamo un pezzo di cielo che la sovrasta,
leggiamo un desiderio precluso (quello di Narciso che non seppe vedere il
proprio rovesciamento) e ci appare distinto un progetto dove la luce colpisce,
dove la luce rende tutto più chiaro.
La grazia fa da tramite per vedere le due realtà in cui vivere; tempo speso
perché la vita resti quella di sempre scombinata nei suoi opposti.
 
Dicembre 2000
 

***


RIFLESSIONE PERSONALE DI GIANCARLA RAFFAELI
SULLA POESIA "MONDO"
DI FELICE SERINO


Mondo
(contro le guerre)

freddo incanaglito la tua iniquità
è specchio che deforma
la bellezza del creato

tu esperienza della ferita
col poco amore che ispiri
ci lascerai incastrati
tra questa e un'altra dimensione?

mondo: piaga e grido
dell’uomo incompiuto
vòlto al cielo


io ti detesto - mondo


*

Mi soffermo sui versi più "inediti", su questo sguardo improvvisamente
catturato, quasi sorprerso, dall'iniquità del mondo.
Pesa sul cuore del Poeta l'angoscia che l'uomo possa rimanere "incastrato" tra
le due dimensioni (quella della innocenza e della colpa?) senza il riscatto
della scelta. Nessuna lacerazione ha risparmiato il corpo del mondo, eppure il
dolore non ne riscatta la colpa e il grido (senz'anima) non raggiunge il cielo.

Giancarla Raffaeli




permalink | inviato da labsang il 6/3/2010 alle 12:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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